Come funzionano i test per il COVID-19?

Il primo approccio alla lotta al COVID-19 è stabilire chi è positivo al virus. All’inizio della pandemia il tampone è stato l’unico strumento in grado di individuare la positività al virus, mentre a oggi sono stati messi a punto diversi sistemi di verifica.

Vediamo nel dettaglio il funzionamento dei test ritenuti più efficaci.

Test molecolari

Il test molecolare PCR (Polymerase Chain Reaction) è attualmente l’esame più affidabile per la diagnosi del virus e per rivelare l’infezione in corso. Il test PCR non è un nuovo metodo diagnostico, infatti viene utilizzato dagli anni Ottanta per individuare una vasta gamma di malattie infettive, come alcune forme di artrite e malattie autoimmuni. L’analisi viene eseguita prelevando un tampone dal naso o dalla parte posteriore della gola del paziente.

I test PCR consentono di copiare una piccola quantità di DNA milioni di volte, in modo da avere sufficiente materiale per rilevare e confermare l’infezione. Poiché i virus SARS-CoV-19 non contiene DNA, ma un singolo filamento di RNA, è necessario convertirlo in DNA. L’RNA del virus viene estratto dal tampone, purificato dalle cellule e dagli enzimi che potrebbero alterare il test, e miscelato con l’enzima trascrittasi inversa che converte il filamento di RNA in doppio filamento di DNA.

Al nuovo filamento di DNA vengono poi aggiunti brevi segmenti di DNA, la cui specificità è quella di legarsi a parti caratteristiche del DNA del virus, nucleotidi, ovvero i componenti fondamentali del DNA, e un enzima che fa copie del DNA. Riscaldamenti e raffreddamenti successivi di questa miscela, portano alla costruzione di milioni di copie di DNA del virus, cioè al suo accrescimento ma non al suo rilevamento. Per accertare la presenza del virus vengono utilizzati coloranti fluorescenti durante la fase di copiatura del DNA: legandosi ad esso diventano ancora più fluorescenti, cioè più copie di DNA virale vengono prodotte, maggiore è la fluorescenza che si manifesta e l’infezione è confermata. Se il virus non è presente, il PCR non fa copie, la soglia di fluorescenza non viene raggiunta e il test risulta quindi negativo.

Test sierologici

I test sierologici rilevano la presenza nel sangue di anticorpi specifici per il Coronavirus in modo da rilevare un eventuale contatto del paziente con il virus.

fonte Pexels

Tuttavia, il test sierologico non ha una rilevanza diagnostica perché gli anticorpi possono rimanere in circolazione per molto tempo anche dopo che l’infezione è stata superata e il virus eliminato. D’altra parte, la negatività del test sierologico non esclude che il soggetto sia in realtà positivo perché si è infettato da poco tempo.

Questo tipo di test è tuttavia assai utile negli studi epidemiologici, perché forniscono la valutazione della reale circolazione del virus nella popolazione.

I test sierologici si suddividono in:

  • test qualitativo (rapido) con esito in 20 minuti previo prelievo di una goccia di sangue capillare. Stabilisce se il soggetto è entrato in contatto con il virus sviluppando anticorpi;
  • test quantitativo, stabilisce al 98% di attendibilità, con un prelievo da vena, la presenza di immunoglobuline IgG e IgM che sono i primi anticorpi a comparire come risposta all’infezione. Questi anticorpi vengono rilevati con la tecnica della chemiluminescenza, una reazione chimica fra antigene e anticorpi che provoca l’emissione di luce. Gli anticorpi IgM positivi indicano che l’infezione è recente, se sono negativi ma risultano positivi gli anticorpi IgG significa che l’infezione ha avuto luogo, ma si è conclusa.

ATTIVITA: studia il goal Salute e benessere dell’Agenda 2030, di cui trovi l’icona sotto il titolo della scheda, e stabilisci se ciò che hai appena letto può rientrare negli obiettivi descritti.

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