Come i quadri possono tracciare la storia dell’inquinamento

“Dipingo quello che vedo, non quello che so”, da questa frase del pittore inglese ottocentesco William Turner (1775-1851) hanno preso avvio gli studi sull’inquinamento atmosferico nei quadri del passato, pubblicati sulla rivista Chimica e fisica atmosferica, da parte dello scienziato greco Christos Zerefos, specialista in scienze atmosferiche all’università di Atene.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo dalla fabbricazione dei colori.

Nell’antichità, ogni pittore produceva i suoi colori a partire da sostanze naturali mescolate secondo proporzioni che ciascuno custodiva gelosamente e i cui requisiti fondamentali, soprattutto nel Medioevo, erano luminosità e intensità. Per avere la più vasta gamma di colori e sfumature, i pittori trituravano pietre dure, il blu dai lapislazzuli o dal carbonato basico di rame, utilizzavano il succo o l’estratto di piante per il porpora, le spezie, come lo zafferano per il giallo, e così via.

Poi, nell’Ottocento, Turner, e come lui altri artisti dell’epoca, sfruttarono i progressi della chimica utilizzando colori ottenuti miscelando i diversi pigmenti a una miscela di olio di semi di lino, resina e acetato di piombo che catalizzava la formazione di un gel e dava struttura al prodotto.

La vera rivoluzione dei colori così costruiti, risiedeva nel fatto che, grazie all’elasticità del gel, l’asciugatura era così più rapida che era possibile sovrapporre più strati di colore senza aspettare anche molti giorni, come succedeva con i colori a olio, permettendo di completare i quadri in tempi ben più brevi di mesi e, a volte, anche di anni. Turner stesso non avrebbe potuto realizzare i suoi quadri di grandi dimensioni se li avesse dipinti con i colori a olio.

Come si è detto, Turner, pittore romantico, utilizzava questi nuovi colori per dipingere i suoi famosi tramonti, opere tra le più apprezzate. Grazie a un attento studio proprio di questi tramonti, i ricercatori sono stati in grado di risalire all’indice di inquinamento atmosferico nei primi anni del diciannovesimo secolo.
Nel 1815 era avvenuta in Indonesia un’eruzione di grande intensità del vulcano Tambora. Come sappiamo dalle Scienze della Terra, le eruzioni molto potenti immettono nella circolazione dell’aria grandi quantità di ceneri che spesso modificano il clima oscurando il Sole. Anche nel 1815 si ebbe questo fenomeno, così intenso che le ceneri continuarono a circolare anche l’anno successivo che venne infatti indicato come “l’anno senza estate”.           
Dunque, Turner, fedele al dipingere ciò che vedeva, dipinse il fenomeno. Nei suoi quadri, la presenza di notevoli quantità di verde e di rosso hanno permesso agli scienziati di calcolare la quantità di aerosol nell’atmosfera al momento della pittura. I tramonti sono la parte del giorno più indicativa per questa analisi perché è il momento in cui l’angolo che i raggi solari formano con la Terra, è tale per cui attraversano uno strato più spesso di atmosfera che filtra le lunghezze d’onda corte del verde del visibile e, in modo maggiore, le lunghe del rosso. Questo effetto è aumentato dall’inquinamento e dai prodotti delle eruzioni vulcaniche per un maggiore potere filtrante delle particelle dell’atmosfera, a scapito del romanticismo dei tramonti fiammeggianti.

William Turner – Tramonto scarlatto (1830)
https://www.meisterdrucke.it/stampe-d-arte/Joseph-Mallord-William-Turner/683933/Il-tramonto-scarlatto.html

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