Non è tutto oro quello che luccica

La Maestà di Santa Maria dei Servi, datata tra il 1280 e il 1285, è uno dei più famosi dipinti di Cimabue (1240 circa – 1302) conservato nell’omonima chiesa a Bologna. È una pittura a tempera e oro su tavola che si ricollega alla tradizione dell’iconografia bizantina nell’arte italiana e che rappresenta la Madonna con il Bambino posta tra due angeli appoggiati alla spalliera.

Maestà di Santa Maria dei Servi (Bologna), opera di Cimabue. Fonte Touringclub

In questa opera, come molti altri dipinti dell’arte sacra del tardo Medioevo di autori quali, Giotto, Duccio di Buoninsegna e Pietro Lorenzetti, la doratura è parte dominante perché simbolo della regalità e della devozione a Dio. Poiché la doratura generalmente veniva ottenuta con l’utilizzo di foglie d’oro, non era spiegabile perché la Maestà si fosse parecchio scurita nel tempo. Grazie a un team di ricerca guidato dall’Istituto di scienze e tecnologie chimiche “Giulio Natta” (Scitec) e dall’Università di Bologna, si è indagato il fenomeno responsabile dell’imbrunimento con tecniche di chimica analitica e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Analytical Atomic Spectometry.

Durante la diagnosi effettuata per il restauro della tavola, il dubbio che le parti scure dell’opera non fossero volute, ha portato i ricercatori a prelevare dei campioni e ad analizzarli. I saggi sono stati studiati sia attraverso delle micro-analisi in laboratorio con microspettroscopia vibrazionale sia con il sincrotrone ESRF, che si trova nella città francese di Grenoble, utilizzando sorgenti ai raggi X, mostrando che le principali cause della degradazione del dipinto sono l’umidità e l’esposizione alla luce.

Da queste indagini si è scoperto che Cimabue, come altri artisti del tempo utilizzava, al posto del costosissimo oro, una miscela composta da polvere di orpimento, un pigmento giallo di solfuro di arsenico (As2S3) molto simile all’oro, e di argento metallico. Le analisi al sincrotrone hanno provato che la causa dell’imbrunimento è la formazione di solfuro d’argento (Ag2S), un composto nero, comunemente noto perché responsabile dell’annerimento dei gioielli d’argento. Chimicamente avviene la reazione dell’orpimento con l’argento metallico con formazione di solfuro d’argento e ossidi di arsenico (guarda la video-lezione sul bilanciamento redox) ed è favorita dall’esposizione dell’opera all’umidità. Tuttavia i ricercatori hanno appurato che lo scurimento aumenta anche o con l’esposizione alla luce che, oltretutto, porta alla formazione di ulteriori composti chimici dall’aspetto biancastro, solfuri e arseniati, che contribuiscono al degrado del dipinto.

Si è così aperta la strada alla corretta conservazione dei dipinti che presentano la stessa tecnica pittorica e che sono quindi affetti dalla medesima tipologia di degrado della Maestà di Cimabue: ora si sa che le opere vanno tenute a un valore di umidità relativa non superiore al 30% e che l’illuminazione deve essere adeguata ai materiali pittorici che si sanno essere sensibili alla luce.

ATTIVITA’: 1. Spiega per quale motivo se Cimabue avesse utilizzato le foglie d’oro la sua opera non avrebbe subìto l’imbrunimento. Quale proprietà dell’oro lo rende tanto pregiato e utilizzato in gioielleria? 2. Scrivi e bilancia la reazione attraverso la quale i pigmenti dell’opera imbruniscono. Di quale tipologia di reazione si tratta?

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