Biocarburanti

Gli autotrofi (dal greco autos = da se stesso e trophos = nutrirsi)) sono organismi che producono il loro cibo raccogliendo energia direttamente dall’ambiente. Tutti gli organismi hanno bisogno di carbonio e gli autotrofi lo ottengono da molecole inorganiche come il diossido di carbonio (CO2).
Le piante e la maggior parte degli altri autotrofi producono il loro cibo attraverso la via metabolica della fotosintesi. Durante questo percorso, l’energia solare viene utilizzata dalle piante per trasformare il biossido di carbonio e l’acqua in zuccheri e ossigeno.

Gli organismi eterotrofi (dal greco héteros = altro e trophos = nutrirsi), che nella catena alimentare di un ecosistema fanno parte dei consumatori, assumono il carbonio demolendo molecole organiche assemblate da altri organismi. L’uomo e quasi tutti gli altri eterotrofi prendono l’energia che fluisce nella catena alimentare dalle molecole organiche prodotte dagli organismi fotosintetizzatori. Quindi, si può dire che la fotosintesi nutre la maggior parte della vita sulla Terra, grazie all’energia che è contenuta nei legami chimici delle molecole sintetizzate dalle piante.

Ebbene, quell’energia può anche alimentare le nostre auto, quando si muovono grazie all’energia rilasciata bruciando biocarburanti o combustibili fossili. Tutti e due i processi sono fondamentalmente gli stessi: il rilascio di energia avviene per la rottura  dei legami delle molecole organiche. Entrambi usano l’ossigeno per rompere quei legami, ed entrambi producono diossido di carbonio.
Il mais e altre colture alimentari, come la soia e la canna da zucchero, sono ricchi di oli, amidi, e zuccheri che possono essere facilmente convertiti in biocarburanti, quindi materia organica non fossilizzata come i combustibili fossili.
L’amido nei chicchi di mais, per esempio, può essere frazionato in glucosio per via enzimatica, che a sua volta viene convertito  in etanolo per azione di batteri eterotrofi o di lieviti.

La fabbricazione di biocarburanti da altri tipi di materiale vegetale richiedono ulteriori passi, perché l’alto contenuto di cellulosa, un carboidrato insolubile  i cui legami sono assai difficili da rompere per ottenere i monomeri di glucosio, aggiunge un costo industriale ancora molto. I ricercatori stanno attualmente
lavorando su modi economicamente efficaci per abbattere l’abbondante cellulosa nelle erbacce a crescita rapida e rifiuti agricoli come trucioli di legno, paglia di grano, steli di cotone e glumelle (involucri rigidi non commestibili) di riso.

Tuttavia, il problema che sorge rispetto a queste biocolture è la competizione fra il loro utilizzo come carburanti e il nostro approvvigionamento di cibo.

Da alcuni anni, in Messico, un agricoltore che coltiva fichi d’india per produrre la farina con cui si fanno le tortillas, ha capito che con tutti gli scarti della lavorazione è possibile ricavare facilmente del biocarburante. La vera rivoluzione sta nel fatto che i fichi d’india vengono coltivati in terre poco fertili che quindi non vengono sottratte, come per il mais, a coltivazioni utili per l’approvvigionamento umano, con l’aggiunta che è una coltura che richiede una quantità minima di acqua di irrigazione. In questo modo lo utilizzazione di aree destinate all’abbandono e all’emigrazione, vengono sfruttate in modo redditizio e sostenibile. Inoltre, il biocarburante proveniente dagli scarti dei fichi d’india  risulta meno costoso di quello derivante dal mais.

In Europa, la Commissione preposta sta studiando l’introduzione dell’obbligo per le compagnie aeree di utilizzare per ogni volo, una quantità minima di biocarburante. Le compagnie aeree SAS (scandinava) e Lufthansa (tedesca) hanno iniziato, prima ancora dell’obbligo di legge, a creare la possibilità per passeggeri “green”  di acquisto di biglietti con una spesa maggiorata e dichiarata per l’utilizzo di biocarburante meno inquinante del kerosene, ma decisamente più costoso.

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